Biografia
Ognuno è fabbro del proprio destino, dicevano gli antichi latini per esaltare la disciplina, la tenacia, il coraggio. E nessun più di Adriano Berton è convinto della verità di quella massima edificante. Ogni giorno dimostra che si può essere grandi artefici della propria vita. Minuto, 40 anni, abitante a Lido di Jesolo, è stato il primo italiano a correre la maratona di New York (in sei ore esatte) con una gamba riattaccata dopo un grave incidente stradale. Ora ha scritto in un libro la storia della sua battaglia vittoriosa contro il fato avverso, «Scusa New York vado di corsa».
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La prima vita di Berton è iniziata nel 1966 con un’infanzia felice in una famiglia umile e forte di emigranti, il padre in Australia, la madre in Svizzera. Al bar lo guardavano come un fenomeno, perché era ancora un scricciolo e già sapeva leggere e scrivere. Correva veloce. Nuotava. Sognava di giocare a calcio. La seconda vita è iniziata alle 3 del pomeriggio del 5 agosto 1976. Gliela regalò suo padre con il proprio sacrificio.
L’auto ai 160 all’ora
«Rivedo migliaia di volte quella scena - dice Berton -. Ero sullo scooter abbracciato alla sua schiena. Andavamo al mare, dove lavorava come bagnino. Ho visto un puntino giallo correre verso di noi impazzito. Un’auto ci è piombata addosso a 160 all’ora. Mio padre è morto sul colpo. Ma il suo corpo mi ha fatto scudo e salvato. Mi sono ritrovato per terra dopo un volo di venti metri con un pezzo di gamba staccata. Mia madre è arrivata subito, distrutta, ma senza una lacrima, senza un urlo. Lei ha sempre tenuto a freno i sentimenti e per tutta la vita non ha mai detto più di due parole al giorno, perché non bisogno sprecare fiato con i lamenti. Sono rimasto 40 minuti sull’asfalto ad aspettare l’ambulanza. Per fortuna un signore s’è improvvisato infermiere e mi ha legato un laccio intorno alla gamba. Non sono morto dissanguato».
Nel 1976, quando accadevano incidenti del genere, di solito si amputava. Ma quel giorno il medico di turno, Giuseppe Rotino, volle tentare qualcosa che nessuno aveva mai fatto in Italia. In cinque ore di intervento ricucì l’arto. Seguirono altre sette operazioni in vari anni. La gamba si salvò. Ma più corta di cinque centimetri e rigida come un palo. Il dolore fisico lentamente passò, restò la solitudine di un bambino che non sognava più un futuro di gloria sulle figurine Panini, ma la normalità di madre natura. «Il mio gioco quotidiano era imparare a camminare di nuovo. Era dura. Sulla spiaggia tenevo i pantaloni lunghi perché mi vergognavo, mi sentivo gli occhi di tutti puntati sulle mie cicatrici. Zoppicavo, ma non volevo arrendermi. Correvo storto e sgraziato per dimostrare ai miei compagni di essere veloce. Loro mi prendevano in giro chiamandomi “Mennea”. Pensavano di deridermi. Era invece uno stimolo».
Tutti siamo messi alla prova
Col tempo la gamba è tornata quasi normale. Ma il destino s’è rifatto vivo in modo tragico. In due incidenti stradali, sempre sulla stessa maledetta strada, e sempre d’agosto, sono morti due cari amici. «Certo che le coincidenze sono terribili. Ma io continuo a credere che la sfortuna non esista. Tutti veniamo messi alla prova, qualcuno più duramente di altri. Dobbiamo trovare la forza per andare avanti e diventare migliori. Il pessimismo? E’ solo una specie di inverno. Ogni tanto arriva, certo, basta però che sia breve. Se a nove anni perdi la gamba e un padre, qualunque cosa capiti dopo si può superare».
Dopo tanto esercizio su se stesso, Berton ha fatto dell’auto-disciplina un mestiere. Finiti gli studi di ragioneria è stato assunto in un villaggio turistico per insegnare ai giovani animatori a ridere, essere cordiali, ottimisti. Ora si guadagna da vivere come personal coach, una figura nuova in Italia, ma utilissima in tutti i campi, dallo sport alle aziende. Ha aiutato un giocatore di tennis in carrozzella a diventare uno dei più forti d’Italia, ha assistito giocatori di golf e squadre di pallavolo, insegna ai manager a parlare in pubblico, a dirigere aziende, a trovare fiducia in se stessi. I guru americani fanno fortuna con queste tecniche, impastando timballi sapienziali con un po’ di tutto, dalla psicoanalisi alla kabbalah. Adriano Berton porta invece in dote la sua esperienza personale e una filosofia molto austera, come le terre nelle quali è nato. «Ogni persona può essere straordinaria. Deve solo trovare la propria potenzialità. E concentrarsi con disciplina, sacrificio, costanza». E poi tanto sudore. Metaforico e reale. Anche per questo, Berton ha scelto di correre la maratona, forse la forma più estrema, semplice, e naturale dello sport.
«Ti se mato»
«Mi sono affidato a Valter Colbacchini, un allenatore famoso per i risultati e per i metodi. Crede solo nella fatica e nei valori di una volta. M’ha detto “ti se mato. Ok proviamo”. Tredici mesi di allenamento. Tremila chilometri. Sveglia alle cinque di mattina. Mia moglie mi seguiva in bicicletta. Alla fine mi sono ritrovato per le strade di New York. Sentivo la forza di milioni di persone lungo la strada. Scacciavo fantasmi. Gli ultimi chilometri li ho fatti con gli occhi gonfi di lacrime. Piangevo di gioia e cercavo lo sguardo di mia moglie. Avevo ultimato il mio capolavoro. Anche il sindaco Bloomberg mi ha scritto per complimentarsi».
Dopo tanta fatica nella vita, Berton crede ovviamente nella tolleranza, nella generosità, nell’operosità. Chi è stato per molti anni dell’adolescenza un «diverso» non può sopportare alcuna forma di razzismo, né per la pelle, né per le idee, né per handicap fisici. Crede in Dio. Ogni giorno lo prega. Perché l’esempio di Cristo è bellissimo. E perché pregare regala forza e serenità. Un altro amore è il cinema. Ha visto migliaia di film. L’hanno aiutato a vincere la solitudine, a crescere, a capire che c’è del bene dappertutto, basta cercarlo. Sfida chiunque a citargli un titolo. E subito snocciola data, regia, titoli di testa e di coda. Il primo film che ricorda è «Tutta la città ne parla». Anno 1935. Regia di John Ford «Un flash, a 12 anni, con un magnifico Edward G. Robinson in una doppia parte, di buono e di cattivo. Una metafora delle nostre personalità». Poi una filmografia sterminata, da «Momenti di gloria» di Hugh Hudson, alla serenità di John Wayne, alla vita spericolata di Steve McQueen. E magari anche Frank Capra? Certo, ovviamente. Perché «La vita è meravigliosa». E il destino concede sempre una rivincita a chi ha il coraggio di lottare.
[La Stampa Web del 1/7/2006 ]
